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giovedì 25 settembre 2014

Il dolore per una madre - The pain of a mother Opera in dedica a mia madre Grathiamaria Simonetti

Il dolore per una madre - The pain of a mother

Opera artistica rappresentata by Grathiamaria Simonetti, 
mia madre 
Artwork represented by Grathiamaria Simonetti, 
my mother


 La morte della madre non è paragonabile alla morte dell’uomo che amavi: è l’anticipo della tua morte  Perché è la morte della creatura che ti ha concepito, portato dentro il ventre, regalato la vita E' la tua carne è la sua carne, il tuo sangue è il suo sangue, il tuo corpo è un’estensione del suo corpo: nell'attimo in cui muore, muore fisicamente una parte di te o il principio di te, né serve che il cordone ombelicale sia stato tagliato per separarvi

Per rinviar quella morte che era un anticipo della mia morte, dunque mi tenevo sveglia. Per tenermi sveglia la tenevo sveglia e parlavo, parlavo. Le raccontavo ciò che non le avevo mai raccontato e non avrei mai raccontato a nessuno,  le mie ferite, i miei rimpianti, i miei dubbi, prezioso fardello tuttavia giacché era esso stesso vita,  le dicevo che malgrado quelle ferite e quei rimpianti e quei dubbi mi piaceva tanto la vita, ero così contenta d’esser nata, e la ringraziavo in ginocchio d’avermi partorito.
Perfino se non avesse fatto altre cose buone nella sua bontà, nella sua generosità, l’avermi regalato la vita sarebbe stato per me sufficiente a giustificar la sua vita.
E io speravo che questa mia gratitudine la ripagasse di ogni dispiacere che potevo averle dato.
Per rispondermi che la rendevo felice, fiera del bellissimo gesto che aveva compiuto, lei mi stringeva con forza le dita e mi spalancava  addosso gli occhi nocciola.
Poi, quando veniva mio padre, me lo indicava con l’indice e con un sorriso: quasi a ricordarmi che il dono veniva anche da lui.
La settima notte crollai e di colpo caddi in un sonno esausto da cui emersi scrollata dall'infermiera che strillava in preda al panico: 
«Si svegli, si svegli! ».
Mia madre non respirava quasi più e i suoi occhi improvvisamente celesti fissavano già il nulla.
Se ne andò tra le mie braccia, come un uccellino intirizzito dal freddo, e per condurla al cimitero uscii finalmente di casa notando  che le strade erano ancora strade, che la gente era ancora la gente.
Ma la cosa non mi tentò e subito rientrai nel mio tunnel trasformando l’esilio in prigione.
Scomparsa lei che mi strappava al tavolino e mi induceva a scender le scale, attraversare il salone con l’orologio,entrare nella camera ora chiusa a chiave ed evitata da tutti, non avevo più motivo di lasciare la stanza con la mezza finestra aperta sul campo di ulivi.
E mentre il fantasma dimenticato per sei giorni e sei notti riprendeva possesso della mia esistenza, mentre il mio cervello tornava ad essere  un muscolo da usare esclusivamente in funzione del libro che stavo scrivendo, la stanza divenne una cella sopra il pero che sbocciava in una nuvola di fiori bianchi sicché doveva esser giunta la primavera, poi grondava di nuovo pere sicché doveva esser giunta un’altra estate, poi ingialliva di nuovo le foglie sicché doveva esser giunto un altro autunno, poi le perdeva di nuovo denudandosi in mezzo alla neve sicché doveva esser giunto un altro inverno, poi sbocciava una seconda volta in una nuvola di fiori bianchi sicché doveva esser giunta un’altra primavera che presto sarebbe scivolata in una terza estate e in un terzo autunno e in un terzo inverno.
Il mondo, una memoria sempre più lontana.
[...] D’un tratto nel buio del tunnel apparve uno spiraglio di luce, e filtrò attraverso il sipario della mia cecità per portarmi la nostalgia del mondo che avevo sepolto con le due persone amate.
Questo avvenne, credo, nel periodo in cui il pero sbocciò per la terza volta e il romanzo si avviò verso le ultime pagine.
A ogni pagina, un risorgere di curiosità per gli avvenimenti che il mio delirio aveva ignorato, un bisogno di cancellare anche il ricordo di quel delirio,un’impazienza di tornare ai viaggi, alle avventure, alle scoperte, insomma alla vita di un tempo.
Allora la cella in cui m’ero rinchiusa diventò insopportabile, l’eco dell’orologio che ogni sessanta minuti ripeteva i rintocchi della Big Ben diventò un incubo anzi una tortura.
Con l’ira del prigioniero che s’avventa contro il suo carceriere, scesi nel salone e ne fermai il meccanismo.
Poi raccolsi il mio lavoro, mi trasferii in un’altra ala della casa, mi sistemai in un’ampia stanza piena di finestre.
L’indomani ripresi a leggere i giornali, a guardare la TV, rispondere a telefono, uscii addirittura in giardino spingendomi
 fino alla piscina dove per due estati non m’ero mai tuffata, non avevo mai goduto un filo di sole.
Mio padre stava strappando le erbacce che erano cresciute sui bordi.
Sollevò la testa, mi avvolse in un’occhiata incredula, esclamò: «Redivivi te salutant!».
Ed io scoppiai in una risata il cui suono mi spaventò: durante tutti quegli anni trascorsi in compagnia di un fantasma e d’un silenzio che parlava soltanto di morte, avevo perfino dimenticato come si fa a ridere ed era la prima volta che udivo me stessa ridere.
Qualche settimana dopo il libro era finito e volavo a New York per affacciarmi all'uscita del tunnel con la riluttanza di un prigioniero rimasto troppo a lungo nell'oscurità.
Che farne di tanto spazio, tanta luce? In che modo riprendere le abitudini perdute, le esperienze interrotte, l’esistenza di prima? 
Un libro appena finito, oltretutto, non restituisce alla libertà che ti tolse il giorno in cui lo concepisti.
Come un figlio appena nato va guidato, nutrito, difeso dalle insidie, dalle perfidie, e a ciascun passo questo ti riconduce ai tormenti  che ti divoravano mentre lo scrivevi.
Insomma, sapevo bene che la sua pubblicazione m’avrebbe avviluppato in una nuova schiavitù e che avrebbe resuscitato il fantasma  da cui ero stata rubata a mia madre quando essa aveva bisogno di me.
  Brano tratto da una lettura di   #orianafallaci   nel 1980 di fronte agli studenti del Columbia College di Chicago Io e il fantasma di Alekos L'amore, il dolore, la scrittura: i miei tre inverni nel tunnel Racconto di Oriana Fallaci  (QUI  )

lunedì 1 settembre 2014

Nazim Hikmet [Anche questa mattina - Foglie morte ]

Nazim Hikmet [Anche questa mattina - Foglie morte ]

Anche questa mattina



Anche questa mattina mi sono svegliato

e il muro la coperta i vetri la plastica il legno
si son buttati addosso a me alla rinfusa 
la luce d’argento annerito della lampada

mi si é buttato addosso anche un biglietto di tram

e il giallo della parete e tre righe di scritto
e la camera d’albergo e questo paese nemico 
la metà del sogno caduta da questo lato s’è spenta

mi si è buttata addosso la fronte bianca del tempo

i ricordi più vecchi e la tua assenza nel letto
la nostra separazione e quello che siamo

mi sono svegliato anche questa mattina


e ti amo.

Nazim Hikmet


Nasce a Salonicco nel 1902. È amico di Neruda, allievo di Majakovkij. È capace di ridere e piangere, di amare, di soffrire e di cantare. 
E cantava - racconta Neruda - prima piano e poi sempre più forte, a squarciagola, per vincere la sua debolezza e rispondere ai suoi torturatori. 
Cantava in mezzo agli escrementi delle latrine, dove lo avevano costretto a stare dopo averlo fatto a camminare fino all'esaurimento delle forze. 
Oppositore del regime di Kemal Ataturk, è condannato a 28 anni di carcere (1938) con l'accusa di incitamento alla ribellione  perché ai cadetti della marina, che amano i suoi versi, piace leggere l'"Epopea di Sherok Bedrettin"

Foglie morte 





Veder cadere le foglie mi lacera dentro 

soprattutto le foglie dei viali 
soprattutto se sono ippocastani 
soprattutto se passano dei bimbi 
soprattutto se il cielo è sereno 
soprattutto se ho avuto, quel giorno, una buona notizia 
soprattutto se il cuore, quel giorno, non mi fa male 
soprattutto se credo, quel giorno, che quella che amo mi ami 
soprattutto se quel giorno mi sento d'accordo con gli uomini e con me stesso 
veder cadere le foglie mi lacera dentro 
soprattutto le foglie dei viali dei viali d'ippocastani.


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